Caro Facebook,

ti scrivo per dirti che abbiamo chiuso. Con questa lettera voglio spiegarti tutte le motivazioni, sperando che tu non te la prenda, perché non intendo mettere in discussione tutte le tue qualità, ma soltanto farti capire perché io e te non funzioniamo più.

Il nostro non è mai stato un rapporto rose e fiori, più per colpa mia che per le tue mancanze: non ti ho mai dato le attenzioni che meritavi, ho passato molto tempo con tuo fratello Instagram, che per inciso trovo molto più simpatico di te, ma tu hai quasi sempre avuto un occhio di riguardo per me. “Dammi i soldi – mi dicevi – e ti assicuro che le cose andranno bene”. Quindi io pagavo sempre, e devo dire che, all’inizio, la contropartita valeva lo sforzo economico. Mi hai presentato tanti amici, mi hai dato l’opportunità di parlare in pubblico e quindi i soldi te li davo quasi volentieri, anche se non mi piaceva che tu li anteponessi al mio effettivo valore. Poi però ti sei pure impigrito, quello che ti offrivo non bastava più e mi rinfacciavi anche di non impegnarmi abbastanza. “Paga di più!” mi dicevi, e lì ho cominciato ad avere i primi dubbi. Un conto è offrire quando usciamo, caro Facebook, un’altra cosa è mantenerti mentre tu non fai altro se non presentarmi gente con cui magari non ho nemmeno nulla in comune.
Ma la parte economica è solo una componente. Perché tu mi spiavi. Non fare lo gnorri, lo so benissimo. E so che adesso mi rinfaccerai che ti avevo dato il permesso di farlo, ma me l’hai chiesto mentre ero al telefono e stavo lavando i piatti, quindi ti ho risposto di fretta e solo dopo ho capito cosa significava realmente. Tu mi spii, e poi parli in giro di me: racconti ai tuoi amici quello che compro, quello che dico nelle conversazioni private, persino quello che penso. E non osare accampare scuse, non è per la qualità della nostra relazione che lo fai, ma solo perché così gli amici ti considerano un figo e magari pensano che così darò soldi anche a loro.
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso, come immaginerai, è quando mi hai sbattuto fuori di casa, perché io avevo detto “puttana la baldracca” quando ho beccato lo spigolo della porta, e tu hai capito “tua madre è una vacca”. Non c’è stato nemmeno verso di spiegarti che era un equivoco, non hai sentito ragioni. Ed eccomi abbandonata al freddo senza amici (perché il mio telefono con i loro numeri ce l’avevi tu!) solo perché tu hai un tappo di cerume nelle orecchie. Caro Facebook, vai dall’otorino! Poi sono tornata e ho visto che avevi riaperto la porta, ma non ho sentito neanche una parola di scuse da te. Per cui, mio buon Facebook, sono qui per dirti ciao. Rimarrò nei paraggi ancora un po’ per recuperare le mie cose e vedere come decidi di spendere i soldi che ti ho già lasciato, ma poi investirò il mio tempo in qualcosa che mi dia più gioia (penso che andrò a vivere da tuo fratello Instagram, e vediamo se con lui mi troverò meglio).

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Ti prego di non renderti ridicolo facendo scenate, che poi quando si tratta di arrabbiarti con le persone giuste sei sempre un agnellino.

PS: Per fortuna non abbiamo avuto figli, tremo alla sola idea di avere un puffo blu come bimbo, in questo mondo razzista che tu non disapprovi abbastanza.